Il video che racconta da dentro la rivolta in Siria è un’idea italiana

Potrebbe essere la scena d’apertura di un film. Folla che canta in strada, ripresa dall’obiettivo di una telecamera nascosta dietro il parabrezza posteriore di un’automobile. Di colpo la folla sbanda, arretra, corre, supera in massa l’automobile che nel frattempo ha messo in moto e s’allontana piano per non dare troppo nell’occhio, e si capisce perché, dietro a quelli che scappano sono già apparsi gli shabiha, i picchiatori in borghese mandati dal governo con i randelli in mano.
10 AGO 20
Immagine di Il video che racconta da dentro la rivolta in Siria è un’idea italiana
Potrebbe essere la scena d’apertura di un film. Folla che canta in strada, ripresa dall’obiettivo di una telecamera nascosta dietro il parabrezza posteriore di un’automobile. La cadenza fragorosa è quella che ha scosso le piazze del mondo arabo, dalla Libia allo Yemen: Ashab iuri isqat al nizam! Il popolo vuole la caduta del regime! Di colpo la folla sbanda, arretra, corre, supera in massa l’automobile che nel frattempo ha messo in moto e s’allontana piano per non dare troppo nell’occhio, e si capisce perché, dietro a quelli che scappano sono già apparsi gli shabiha, i picchiatori in borghese mandati dal governo con i randelli in mano. Raggiungono i fuggitivi più lenti. Accade tutto così da vicino che alcuni shabiha all’inseguimento s’appoggiano al bagagliaio. L’automobile si sfila piano dai guai: è come un allargamento di campo e permette alla telecamera che s’allontana di inquadrare i pestaggi a terra, le mazze che fanno su e giù senza pietà, i capannelli di squadristi che rimpiccioliscono. Nella tecnica del cinema si chiama piano sequenza, una scena raccontata attraverso una sola, lunga inquadratura che non stacca mai.
Ci sono i video girati dai militari: l’aula scolastica piena uomini sospettati di fare parte dell’opposizione, messi a sedere come scolaretti, obbligati a stare a testa china sui banchi, il soldato con il fucile a tracolla che passa fra loro, alza la testa di uno, gli fa dichiarare fedeltà al regime, lo rimette giù con uno schiaffo. E anche i disertori che spiegano come da soldati erano costretti a dire “Bashar! – il nome del presidente – in ogni momento, anche facendo le flessioni, anche prima di ordinare al ristorante.
Il documentario – “Isqat al Nizam. Ai confini del regime” – è formato per metà con i video originali siriani e per l’altra metà da interviste fatte – anche con il capo dell’Esercito libero di Siria – al confine nord, sul lato turco, dove sono stati allestite in fretta e furia le tendopoli per accogliere al sicuro i civili in fuga. Considerata la mole di video che in questi giorni arriva da Homs assediata e bombardata, varrebbe la pena vederne una seconda parte.